Ho imparato a fotografare come uno zingaro impara a suonare il violino, come vola un passero piuttosto che una rondine, così, ma sempre senza nessuna cognizione di aeronautica.
Fotografo, così, ad occhi bassi, perché non sopporto l’assalto della realtà, senza mai spostarmi, perché mai dovrei spostarmi, quando qui sull’argine dell’eternità posso trovare trucioli e schegge, suture, uccelli e orinatoi che mi portano su un altopiano della Mongolia a guardare un cielo ancora umano.
Ma sono qui, e in un altro modo non posso.
Le immagini mi travolgono, e tutto questo può durare mesi o anni, ed è il periodo più bello.
Poi un giorno mi devo mettere lì e tirare fuori tutto, e dietro ogni immagine iniziale le immagini si sovrappongono e si confondono, e solo quando ho finito posso finalmente guardare, il tempo di fare qualche piccola correzione, di corrugare la fronte come segno di disappunto, di sbarrare gl’occhi meravigliato senza capire, perché sono istruito, sì, ma contro la mia volontà, di emozionarmi un attimo fino alle lacrime, per quello che mi trovo davanti, e sono subito altrove, perché tutto questo mi spaventa, ho paura, tanto che mi vergogno a parlarne.
Senza alcuna pietà abbandono tutto, per le mie nuove paure, perché è là che io devo andare, là dove nessuno mi aspetta, ed eccomi di nuovo dentro il rumore di questa mia solitudine, dove non c’è presente, dove il passato è una minaccia, il futuro… beh quello lo conosco bene, io che guardo la macchina senza la pellicola dentro e ascolto lo scatto, così capisco che non dipende proprio nulla da come le cose finiscono, ma tutto è soltanto desiderio, mi attacco alla cinghia della macchina fotografica dentro la quale vola una mia foto inesistente, là dove i cieli non sono più umani, e la vita sopra di me e sotto di me e dentro di me neppure.
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